Ci sono progetti che la storia ha preferito dimenticare, e forse è meglio così. Tra le pagine meno note della corsa agli armamenti tecnologici del dopoguerra americano si nasconde una delle idee più audaci — e potenzialmente devastanti — mai concepite dall’ingegneria aeronautica: un motore a propulsione nucleare capace di sviluppare una potenza equivalente a quella di oltre 160 Ferrari messe insieme. Non è fantascienza, non è un esperimento digitale. È il General Electric XNJ140E, un progetto reale, classificato, e alla fine accantonato per ragioni che oggi appaiono più che ovvie.
Quando l’America voleva volare con l’atomo
Nel pieno della Guerra Fredda, il Dipartimento della Difesa statunitense e la neonata Atomic Energy Commission condividevano un obiettivo ambizioso: liberare l’energia nucleare dai vincoli della sola applicazione militare distruttiva e trasformarla in un sistema di propulsione. L’obiettivo principale era dotare i bombardieri strategici di un’autonomia praticamente illimitata, eliminando la necessità di rifornimento in volo e consentendo missioni a quote e velocità irraggiungibili per i velivoli convenzionali.
L’idea, sulla carta, aveva una logica ferrea: un reattore nucleare a bordo avrebbe potuto alimentare motori a reazione per giorni interi, senza consumare carburante nel senso tradizionale del termine. Un aereo capace di restare in quota per settimane rappresentava un vantaggio strategico enorme in epoca di tensione bipolare. Il problema era tutto il resto.
Il programma NB-36: il test che aprì la strada
Prima di arrivare al cuore del progetto, vale la pena ricordare un esperimento preliminare condotto dalla Convair di San Diego, California. Il programma prese il nome di NB-36 e aveva un obiettivo specifico: verificare se fosse tecnicamente possibile schermare l’equipaggio dalle radiazioni di un reattore nucleare installato a bordo di un velivolo.
Il risultato fu, per certi versi, sorprendente: la schermatura in materiale fissile funzionava. L’equipaggio poteva sopravvivere in cabina con un reattore attivo nelle stive. C’era però un dettaglio non trascurabile — il reattore non era collegato ad alcun sistema di propulsione. Era lì, attivo, ma inutilizzato. Il passo successivo era integrarlo davvero nel motore. Ed è qui che entra in scena il General Electric XNJ140E.
Il General Electric XNJ140E: anatomia di un mostro nucleare
Dall’esterno, il XNJ140E aveva tutto l’aspetto di un normale motore a reazione, seppur di dimensioni notevolmente superiori alla media. Era all’interno che si celava la vera rivoluzione — o l’abominio, a seconda dei punti di vista.
Al posto della tradizionale camera di combustione, il cuore del motore era occupato da un nucleo di reattore nucleare dalle dimensioni di 33 per 62 pollici, composto da ben 25.000 barre di combustibile esagonali contenenti un isotopo di uranio altamente raffinato. L’aria compressa proveniente dal compressore veniva scaldata direttamente passando attraverso il reattore, espandendosi poi nella turbina e generando spinta.

Le cifre di potenza stimate erano semplicemente fuori scala:
- 121 megawatt di potenza al decollo
- Equivalenti a circa 164.000 cavalli vapore
- Sufficiente a fornire elettricità a oltre 100.000 abitazioni monofamiliari in modo continuativo
- Una potenza paragonabile a quella di 160 Ferrari di alta gamma combinate
Per contestualizzare: un normale turbofan di ultima generazione sviluppa tra i 30.000 e i 110.000 cavalli nelle versioni più potenti. Il XNJ140E avrebbe moltiplicato quei numeri in modo imbarazzante.
Perché il progetto venne abbandonato
La risposta breve è: per fortuna. Quella lunga richiede di considerare l’insieme dei problemi tecnici, logistici e — soprattutto — etici che il progetto portava con sé.
- Radiazioni per l’equipaggio: nonostante la schermatura testata con il programma NB-36, proteggere adeguatamente i piloti su un velivolo operativo con un reattore attivo era un problema irrisolto.
- Scenario di crash: un bombardiere nucleare abbattuto o precipitato a terra avrebbe disseminato materiale radioattivo su un’area potenzialmente enorme, con conseguenze catastrofiche sia in territorio nemico che amico.
- Peso e ingombro: la schermatura necessaria rendeva il sistema straordinariamente pesante, mettendo in discussione i vantaggi operativi teorici.
- Manutenzione impossibile: ogni intervento tecnico sul motore avrebbe esposto i tecnici a dosi di radiazioni letali senza una gestione dell’infrastruttura a terra completamente riprogettata.
Il progetto venne definitivamente accantonato nei primi anni ’60, quando divenne chiaro che i missili balistici intercontinentali offrivano la stessa capacità di deterrenza strategica senza nessuno dei rischi legati alla propulsione nucleare aerea. La tecnologia esisteva, almeno in forma embrionale. Ma esistere non significa essere utilizzabile — e in questo caso, la differenza tra le due cose era letteralmente questione di vita o di morte su scala industriale.
Il General Electric XNJ140E resta oggi uno dei capitoli più affascinanti e inquietanti dell’ingegneria del XX secolo: la dimostrazione che il limite tra innovazione e follia è spesso molto più sottile di quanto si voglia ammettere.
Indice dei contenuti
