Prima di comprare un’auto elettrica, leggi questa storia: potrebbe farti risparmiare un disastro finanziario

Il mercato delle auto elettriche sta attraversando una crisi profonda, e la storia di Fisker è forse l’esempio più emblematico di come un’azienda possa bruciare ambizioni miliardarie in pochissimo tempo. Mentre i brand cinesi come BYD continuano a guadagnare quote di mercato a livello globale, diversi costruttori occidentali si sono trovati a fare i conti con una realtà molto più dura di quella prevista: domanda in calo, infrastrutture di ricarica ancora insufficienti e prezzi d’acquisto che restano fuori portata per la maggior parte degli automobilisti.

Il mercato EV tra entusiasmo e crollo della domanda

C’è stato un momento, non troppo lontano, in cui sembrava che il passaggio all’elettrico fosse inevitabile e rapido. Paesi come la Norvegia hanno effettivamente completato una transizione massiccia, ma una volta saturato il mercato degli early adopter, la domanda si è semplicemente fermata. Lo stesso schema si è ripetuto in California e in buona parte dei mercati asiatici più avanzati.

Nel resto del mondo la situazione è ancora più critica: le colonnine di ricarica non sono distribuite in modo uniforme sul territorio, i tempi di attesa rimangono un problema reale e il costo d’acquisto di un’elettrica continua a penalizzare chi non ha accesso a incentivi statali generosi. Chi ha scommesso su una crescita lineare e continua del settore si è trovato con i magazzini pieni e i conti in rosso.

Fisker: ascesa, caduta e il disastro della Fisker Ocean

La parabola di Fisker è una delle più dolorose dell’industria automobilistica recente. Il marchio aveva debuttato con grandi aspettative, proponendo vetture dal design ricercato e una visione ambiziosa della mobilità elettrica. Tuttavia, i gravi problemi tecnici riscontrati sugli accumulatori avevano minato la fiducia del pubblico già nelle prime fasi. L’azienda originale aveva chiuso i battenti nel 2013, per poi essere rilevata dalla società cinese Wanxiang.

Sotto il nome Karma Revero, a partire dal 2017, il progetto era tornato in vita con una configurazione ibrida plug-in: due motori elettrici A123 con celle al litio al nanofosfato da 20 kWh nella sezione posteriore, abbinati a un motore a benzina 2.0 litri sovralimentato da 260 CV. Le prestazioni dichiarate erano discrete — 0-100 km/h in 7,9 secondi e velocità massima vicina ai 200 km/h — ma non bastavano a costruire un brand solido.

La Fisker Ocean: il modello che doveva cambiare tutto

La Fisker Ocean era stata presentata come il SUV elettrico del futuro: design accattivante, dotazioni tecnologiche avanzate, posizionamento competitivo rispetto a Tesla. La realtà si è rivelata molto diversa. Fisker ha dichiarato bancarotta, lasciando in una situazione difficilissima sia i proprietari delle auto già consegnate che i concessionari che avevano scommesso sul marchio.

Le conseguenze concrete non si sono fatte attendere:

  • In Inghilterra, un concessionario Fisker è stato costretto ad abbandonare fisicamente i SUV Ocean sul ciglio di una strada, incapace di gestirli diversamente.
  • Una casa d’aste ha ritirato i veicoli abbandonati e li ha messi in vendita insieme ad altri esemplari invenduti.
  • I proprietari di Fisker Ocean si trovano ora con auto il cui valore è crollato e senza alcuna copertura di garanzia, azzerata con il fallimento dell’azienda.

Chi ci rimette davvero

Quando un costruttore fallisce, la filiera del danno è lunga. I creditori potrebbero recuperare qualcosa attraverso le aste, ma i privati che hanno acquistato una Fisker Ocean difficilmente rivedranno il loro investimento. Nessuna garanzia attiva, nessun servizio ufficiale, ricambi introvabili e un valore residuo vicino allo zero. Il fatto che decine di esemplari vengano messi all’asta non implica che ci sia qualcuno disposto ad acquistarli: comprare un’auto elettrica orfana del suo costruttore è un rischio che in pochi vogliono correre.

Cosa ci insegna il caso Fisker sul futuro dell’elettrico

La vicenda Fisker non è un caso isolato. È il sintomo di un settore che ha corso troppo, alimentato da capitali speculativi e da una narrativa ottimistica che non ha tenuto conto degli ostacoli reali alla transizione energetica. Tesla stessa ha rallentato la propria crescita, mentre i produttori cinesi — avvantaggiati da costi di produzione più bassi e da una filiera delle batterie integrata — continuano ad avanzare.

Per il consumatore, la lezione è chiara: prima di acquistare un’auto elettrica da un brand emergente, è fondamentale valutare la solidità finanziaria dell’azienda, la disponibilità della rete di assistenza e le prospettive di lungo termine sul mercato. Un’auto tecnologicamente interessante vale poco se il costruttore sparisce dopo due anni, portando con sé garanzie, aggiornamenti software e supporto tecnico.

Il mercato EV ha ancora davanti a sé un futuro, ma sarà costruito su basi più solide — e probabilmente da un numero molto più ristretto di player rispetto a quelli che hanno tentato l’assalto negli ultimi anni.

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